Anziani sempre più social: il 74% dei pensionati è online

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Siamo animali sociali o social? Per gli anziani la domanda non è affatto scontata. Millenni di evoluzione hanno reso l’essere umano una specie che trae dal contatto reale con gli altri benessere, sostegno e conforto, ma negli ultimi vent’anni questa vicinanza è diventata sempre più mediata dagli schermi, anche per chi non è cresciuto con uno smartphone in mano. Il rapporto 2025 dell’American Association of Retired Persons segnala che il 74% degli over 65 usa regolarmente i social media, con il 60% che accede a Facebook almeno una volta al giorno e circa la metà che vi trascorre come minimo un’ora quotidiana.

Quando i social aiutano davvero gli anziani

“La tecnologia è uno strumento, tutto dipende da come viene utilizzata”, osserva Antonio Vita, presidente della Società Italiana di Psichiatria. “Un uso appropriato dei social può consentire l’accesso a informazioni che altrimenti sarebbe difficile reperire, pensiamo per esempio a chi ha patologie poco comuni; può anche essere utile per alleviare l’isolamento, creare un senso di comunità”. Uno studio pubblicato su Nature, condotto su quasi 90mila over 50 in 23 Paesi, ha confermato che l’accesso a Internet aiuta gli anziani a mantenere i legami con i familiari che vivono lontano, mentre una ricerca statunitense su 200 over 60 ha rilevato che postare contenuti fa sentire più “capaci” e partecipi di ciò che accade nel mondo.

Il tema non è marginale: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, gli anziani sperimentano più spesso degli altri l’isolamento sociale, che può aggravare disturbi del sonno, depressione e affaticamento, e la mancanza di relazioni sociali risulta un fattore di rischio di mortalità paragonabile a stili di vita non salutari come fumo o sedentarietà. In questo contesto, un uso mirato dei social può quindi diventare un ponte reale verso il mondo esterno per chi vive isolato geograficamente dai propri cari.

Il rischio della “pigrizia digitale” e dell’insonnia

Esistono ormai anche i nonni-influencer, ma secondo Vita l’uso assiduo dei social non è paragonabile alle relazioni vere, perché nasconde rischi nuovi: “Anche in adulti e anziani l’esposizione quotidiana alle vite filtrate e ideali degli altri può generare frustrazione, una caduta dell’autostima e pure sintomi di ansia e depressione”. Il pericolo più insidioso, spiega lo psichiatra, è quello della dipendenza: “Il rischio è restare ‘agganciati’ e sviluppare una nuova forma di isolamento da pigrizia digitale. Non si esce più, non si cercano contatti reali perché quelli virtuali sono più comodi; non ci si accorge neanche di perdere qualcosa perché sembra di rimanere connessi al mondo, ma si vive una vita parallela che non arricchisce allo stesso modo”.

C’è poi la questione del sonno, particolarmente delicata con l’avanzare dell’età: “Con il passare degli anni tendono a dormire di meno; se alla sera si trascorre un bel po’ di tempo sullo smartphone scorrendo reel e post, questo non solo ruba ore di sonno ma porta a riposare peggio, perché la luce dello schermo interferisce con la qualità del sonno”, avverte Vita. Di giorno, l’esposizione continua a notifiche e messaggi riduce l’attenzione e compromette l’efficienza cognitiva, con effetti negativi anche sulle relazioni familiari e sull’umore.

Mezz’ora al giorno per invertire la rotta

Un antidoto, secondo lo psichiatra, esiste ed è concreto: “Se ci rendiamo conto di provare malessere quando siamo sui social, è l’ora di auto-regolamentarne l’uso. Installare app che aiutino a tagliare le ore passate sul cellulare, uscire senza telefono, dedicare tempo ad altro, che sia un’uscita con gli amici o il movimento all’aperto, sono piccoli gesti per riappropriarsi di un tempo di qualità”. Non è solo una raccomandazione di buonsenso: uno studio pubblicato su Jama Network Open ha dimostrato che basta staccarsi dai social per una o due settimane, passando da una media di due ore al giorno a circa mezz’ora, per ridurre i sintomi di ansia e depressione fino al 24% e quelli di insonnia del 14%.

Per gli anziani più fragili, che vivono soli o con difficoltà cognitive iniziali, la ricerca esplora anche soluzioni assistite: lo psicologo Suraj Samtani, dell’Università del Nuovo Galles del Sud, sta studiando “Viv and Friends”, un sistema di compagni virtuali pensato per anziani con sintomi di demenza che non ricevono visite regolari. Resta però un principio guida su cui Vita non transige: se non ci sono deficit cognitivi ed è possibile dialogare con persone in carne e ossa, meglio evitare di sostituire le relazioni reali con quelle virtuali, chatbot compresi. “ChatGPT è considerato un amico o un consigliere, dai giovani ma anche dagli adulti. In realtà, è un interlocutore digitale che può indurci a comportamenti e scelte improprie, e che ci porta a perdere molta della nostra umanità”, conclude lo psichiatra.

Fonte: Corriere della Sera