La Chiesa cattolica vive oggi il secondo scisma della sua storia recente. Nonostante l’appello di papa Leone XIV a fermarsi, la Fraternità Sacerdotale San Pio X, i cosiddetti lefebvriani, ha consacrato questa mattina quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio. La cerimonia si è svolta a Écône, in Svizzera, davanti a circa 17mila fedeli secondo gli organizzatori. Un atto che comporta la scomunica automatica, latae sententiae, sia per i consacranti sia per i consacrati.
Chi sono i lefebvriani e cosa è successo oggi
I lefebvriani sono i seguaci della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre in aperta contestazione delle riforme del Concilio Vaticano II. Il movimento rifiuta l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la messa in lingua corrente al posto del latino, e le aperture della Chiesa su divorziati risposati e persone LGBT. Celebrano esclusivamente secondo il Vetus Ordo, il messale tridentino di san Pio V.
La cerimonia di oggi ha visto l’ordinazione episcopale dello svizzero Pascal Schreiber, dello statunitense Michael Goldade e dei francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, tutti sacerdoti della Fraternità. A presiedere la consacrazione, in rito antico e in latino, i vescovi Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, gli unici due ancora in vita tra i quattro ordinati nel 1988. È proprio la loro età avanzata la ragione dichiarata dalla Fraternità per la scelta odierna: senza nuovi vescovi, il movimento rischierebbe di non poter più garantire ordinazioni sacerdotali, cresime e la continuità del proprio rito.
Non è la prima volta che accade. Il 30 giugno 1988, esattamente 38 anni fa, monsignor Lefebvre consacrò altri quattro vescovi senza autorizzazione, tra cui Bernard Fellay e Richard Williamson, quest’ultimo divenuto negli anni un caso internazionale per le sue posizioni negazioniste sull’Olocausto. Giovanni Paolo II dichiarò allora la scomunica, poi revocata nel 2009 da Benedetto XVI in un gesto di riavvicinamento che però non riportò la Fraternità in piena comunione con Roma.
Papa Leone XIV aveva tentato fino all’ultimo di evitare la rottura. Nella lettera inviata nei giorni scorsi al superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani, il Pontefice aveva scritto: “Vi prego con il cuore, tornate indietro, lacerare la tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità”. La risposta dei lefebvriani era arrivata altrettanto netta, con toni che rovesciavano l’accusa: “Ci sembra proprio di dovere fare tutto il possibile per cucire la tunica di Cristo, lacerata da forze e pressioni incompatibili con un autentico spirito cattolico”.
Nell’omelia di oggi, don Pagliarani ha respinto le accuse di slealtà verso Roma: “Siamo accusati di non amare il Papa, siamo accusati di non rispettarlo”, ha detto, ribadendo che l’intento della Fraternità non è creare un’autorità parallela né rivendicare giurisdizione territoriale. Una lettura che il Vaticano non condivide: già il 13 maggio il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, aveva chiarito che l’atto sarebbe stato comunque scismatico, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate, perché il diritto canonico prevede la scomunica automatica per chi consacra un vescovo senza mandato pontificio e per chi riceve quella consacrazione.
Le conseguenze canoniche sono pesanti: chi incorre nello scisma non può accostarsi ai sacramenti, a partire dall’Eucaristia. Per i sacerdoti coinvolti, il divieto si estende alla celebrazione della messa e all’amministrazione di qualunque sacramento. La dichiarazione ufficiale di scomunica da parte della Santa Sede è attesa nelle prossime ore, forse già nella giornata di domani.
Oggi la Fraternità San Pio X conta due vescovi, 733 sacerdoti, 264 seminaristi, 145 fratelli e circa 250 suore, oltre a centinaia di migliaia di fedeli laici nel mondo. Un movimento che, quasi quarant’anni dopo la prima rottura, si conferma tutt’altro che marginale nella galassia cattolica, e che con la scelta di oggi rischia di allontanarsi definitivamente da Roma proprio agli esordi del pontificato di Leone XIV, che aveva fatto di unità e dialogo le parole chiave del proprio magistero.



