Dentro la Casa degli Animali LAV: la mia visita a Castiglione del Lago

Casa degli Animali LAV

Domenica 15 febbraio ero in Umbria per un viaggio romantico a Perugia. Ne ho approfittato per andare a Castiglione del Lago e visitare la Casa degli Animali LAV (Lega Anti Vivisezione).

Non è stata una gita come le altre. È stata un’esperienza che ti resta addosso, perché non osservi soltanto: ascolti, capisci e ti ritrovi a guardare gli animali con occhi diversi.

Un progetto di dignità e non solo di accoglienza

Appena arrivato, ad accogliermi c’erano Gaia e Alessandra. Fin dai primi minuti ho capito che non stavamo entrando nel classico rifugio, ma in un luogo dove si sta costruendo qualcosa di enorme per ambizione e per struttura: qui si punta a restituire dignità a chi, per anni, non ha avuto scelta.

Parliamo di animali sottratti a maltrattamenti e sfruttamento, provenienti da contesti come allevamenti e circhi, che finalmente possono riposare, recuperare e ricominciare. L’area è imponente: oltre 80 ettari a pochi passi dal lago Trasimeno, acquistati grazie ai sostenitori. È un progetto ancora in evoluzione che punta a diventare, nei prossimi anni, il più grande centro di recupero degli animali salvati d’Europa.

Al momento ospita un centinaio di mucche con alle spalle storie di sfruttamento in allevamenti lager e una dozzina tra pecore e capre. È stato bellissimo vederle pascolare in campi enormi, senza fretta, senza pressioni, libere. Nel tempo è destinata a crescere ospitando tanti altri animali salvati da episodi simili di maltrattamento.

Casa degli Animali LAV paddock

Le ferite invisibili: la storia di Margherita

Poi ci sono storie che ti si incollano alla testa. Una, in particolare, è quella di Margherita, una mucca nata e cresciuta in un contesto promiscuo, insieme ai cavalli. Sembra una cosa “curiosa” finché non capisci cosa significa davvero: oggi, anche se si trova tra le mucche, fa ancora fatica ad ambientarsi. Tende a isolarsi, a rimanere un passo indietro, come se quel branco non fosse ancora “casa”. È come se vedesse i suoi simili come estranei.

In quel momento ho capito una cosa fondamentale: spesso noi umani pensiamo al recupero come a un fatto fisico, mentre invece esiste un recupero più profondo, invisibile, che riguarda fiducia, appartenenza e serenità.

Durante la visita ho potuto vedere anche come vengono curate e controllate ogni giorno. Qui mi è cambiata la prospettiva. Non è solo “metterle al sicuro”: è prendersi la responsabilità di seguirle nel tempo, di leggere segnali minuscoli, di intervenire subito.

Ho visto ad esempio una mucca in isolamento perché sta seguendo un ciclo di cure per un bozzo sulla guancia. È una scena semplice, ma dice tantissimo: lì ogni minimo problema non viene ignorato, ma viene preso sul serio. Diverse mucche arrivano con problemi motori e vengono sottoposte a fisioterapie. La sensazione è che nulla venga lasciato al caso. Sono dettagli che non fanno rumore, eppure sono quelli che costruiscono davvero un rifugio: la continuità, la presenza, la competenza.

La conoscenza di Libre e Robertino

Poi sono arrivato al gruppetto di pecore e capre, arrivate da poco e ancora in fase di ambientamento. Alcune tremavano alla mia vista. Non perché stessi facendo qualcosa, ma perché ero persona sconosciuta. Devono ancora prendere confidenza con l’essere umano e, soprattutto, capire che lì non hanno nulla da temere.

Mi ha colpito tantissimo che mi guardassero così, proprio perché non riconoscevano in me i volti familiari di chi ogni giorno si prende cura di loro. Lì ho capito, in modo netto, quanto sia falso pensare che gli animali siano “istinto e basta”. Hanno sensibilità, hanno emozioni, hanno un modo tutto loro di registrare il mondo.

C’era però anche un motivo personale che rendeva questa visita speciale ancora prima di partire. Da circa un anno ho adottato a distanza Libre e Robertino. Andando a Castiglione del Lago sapevo che avrei avuto la possibilità di incontrarli dal vivo ed è stato uno dei motivi principali del viaggio.

Quando li ho conosciuti da vicino ho provato una sensazione strana e bellissima: come quando dai un volto – e uno sguardo – a qualcosa che fino a quel momento avevi sostenuto “da lontano”. Libre è la mamma, Robertino è il figlio, un vitello adottato quando era ancora “ino” e che da pochi giorni ha festeggiato un anno, crescendo a dismisura.
Vederli insieme, reali, presenti, tranquilli nel loro spazio, mi ha fatto capire ancora di più cosa significhi davvero adottare a distanza: non è un gesto astratto, non è una cifra su uno schermo. È un legame. È sapere che quel contributo, nel tempo, diventa cura quotidiana, cibo, controlli, sicurezza.

Perché sostenere la LAV

Locandina LAV

La LAV è attiva dal 1977 e porta avanti attività che vanno dalle azioni contro i maltrattamenti alla sensibilizzazione, fino a progetti concreti di recupero. Quello che ho percepito in questa visita è che la Casa degli Animali non è solo “un posto bello”: è un tassello fondamentale dentro una battaglia più grande, quella di trasformare gli animali da cose a soggetti, da numeri a vite. E il progetto cresce: nei prossimi mesi verrà inaugurata anche un’area dedicata ai primati.

Sono andato via con una gratitudine enorme per chi ogni giorno manda avanti questo lavoro, ma anche con una consapevolezza chiara: tutto questo non si regge da solo. Campi, cure, strutture, cibo, veterinari e manutenzione costano.

Per questo chiudo con un invito semplice: se puoi, dona. Nell’ottica delle tue possibilità. Anche poco. Perché sommato agli altri diventa spazio, sicurezza, tempo, cure. Diventa futuro per animali che, fino a ieri, futuro non ne avevano.

Io domenica ho visto una cosa che mi ha fatto bene e male insieme: la paura può restare negli occhi di un animale anche quando finalmente è al sicuro. Ma ho visto anche l’altra parte: la possibilità concreta che quella paura, giorno dopo giorno, si trasformi in fiducia. E questa, per me, è la definizione più vera di speranza.